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L’italiano nel traffico PDF Stampa E-mail
Scritto da Sabatino   
Sabato 23 Giugno 2007 19:45

Ogni giorno un italiano si sveglia e sa che dovrà attraversare una giungla. O (ch’è lo stesso), sa che dovrà guidare. Prende la giusta dose di caffé, estrae la propria vettura dall’autorimessa e scende in strada, in mezzo ai suoi simili. E quando si imbatte in un incrocio o ad un semaforo, non guarda in faccia a nessuno; da dietro al parabrezza la visione del mondo circostante s’incupisce, e quando stringe lo sterzo tra le mani, il guidatore italiano ha come una trasformazione: tutto ciò che conosce riguardo alle buone maniere, alla calma ed alla tranquillità lo diluisce nel carburante e lo scarica dalla marmitta della sua auto, timida utilitaria o grossa SW che sia. Chi di noi non ha mai visto (o ne è stato vittima/protagonista) alle 8:30, all’uscita dell’autostrada, una colonna di auto in ritardo vedersi sopravanzare da un automobilista, in ritardo ancora maggiore, che salta la fila? Gesto scortese che i più non farebbero mai alla posta o in banca. Sorpassa tutte le vetture semiferme, con gli occhi sbarrati che puntano ad ogni spiraglio che si apra nel pigro traffico, senza però mai avere il coraggio di guardare in faccia i guidatori più “onesti”, che pagano piamente il dazio del loro ritardo con la stressante attesa. L’automobilista-anguilla s’infila e sguscia via, e non osa mai rivolgere gli occhi agli sgraziati sorpassandi, nemmeno dal sicuro della cellula di sopravvivenza della propria auto. S’insinua a destra e manca, pur conscio di beccarsi le imprecazioni più o meno pesanti degli altri, che sperano che la sua strada lo porti a “quel paese”, o peggio, al Campo Santo.

Sguscia via. E mentre lanciano queste maledizioni, alcuni col solo pensiero, altri parlando magari da soli nell’abitacolo, gli “incolonnati” si sentono giustamente offesi, lesi, ed il desiderio di rivincita matura dentro di sé, generando il dubbio di essere dei codardi a non fare altrettanto. Ed ecco che, caricato con foga lo sterzo sul lato libero della fila, un autista emerge dalla “morta gora”, scuotendosi da dosso il fango dello sgarro subito poc’anzi, col motore portato al massimo regime per tutta la prima marcia; e sfocia finalmente da quell’incrocio, per confluire in un altro fiume di auto, in attesa che il rosso del distante semaforo scolorisca a favore del verde. Ecco, la lanterna scatta. “Ma le auto cosa aspettano a muoversi?” “Beep!” strilla il clacson. “Via, sorpassiamo pure questi!”. Ormai non lo ferma più nessuno l’automobilista scorretto, che sulle ali di un agonismo quasi da Gran Premio dimentica cosa siano il Codice della Strada, con tutte quelle inutili regole di precedenza, e veti sorpassi di colonne d’auto, a destra! Cos’è una preselezione? Solo un modo per saltare la fila, per poi “ripensarci” all’ultimo momento e dire “Ops, a momenti sbagliavo, non dovevo andare a destra, bensì a sinistra! Scusami se ti sorpasso, o pio guidatore ch’hai tanto atteso e guadagnato con pazienza l’agognata svolta, ma che ora ti rodi il fegato nel vederti superato da un furbastro!”

Si giunge così alla mèta. Per modo di dire, perché prima di abbandonare la vettura bisognerà pur trovarle una sistemazione! Ma per fortuna è aperta la caccia ad un posto libero nel parcheggio, che a quell’ora è già stracolmo, anzi di più, contiene anche tante gocce che, scivolando guardinghe alla ricerca di spazi vuoti, farebbero traboccare il classico vaso. “Vai via?” si chiede ad un pedone passante. “Si, ma me l’ha già chiesto quell’altra macchina”. E ti tocca vedere che un fortunato parcheggia la sua auto, finalmente scende e, chiuso lo sportello, ridiventa “umano”. Chiude la macchina. Si stropiccia gli occhi, inarca un po’ le sopracciglia. Ora si sente di nuovo sé stesso: saluta i conoscenti che incontra, con un occhio all’orologio pensa che non è poi così in ritardo, e si avvia verso il proprio posto, di lavoro o di studio che sia.

A cosa serve tutto questo? Ad aumentare ulteriormente lo stress da traffico? A provare soddisfazione nel sopraffare gli altri in una situazione della vita, dato che in altre ci si sente sopraffatti? Da dove proviene questo istinto che ci spinge a primeggiare?
Non può essere solo la fretta, no. Forse è la sicurezza che si acquista una volta dentro l’abitacolo che ci fa sentire invulnerabili, in grado di superare tutto e tutti, senza letteralmente guardare in faccia a nessuno. Forse il parabrezza ci deforma la visione della vita, offusca la mente e ci fa vedere solo delle auto al di là di esso, dimenticando che all’interno ci sono delle persone! Se effettivamente non si ha il coraggio di guardare in faccia chi sorpassiamo così vigliaccamente, approfittando della loro minore agilità nella giungla del traffico, o anche solo del loro maggior rispetto verso le norme, verso il codice della strada e verso le persone, il rispetto inconsapevolmente lo deponiamo per qualche chilometro. Il rispetto che ci viene insegnato a scuola guida, a scuola dell’obbligo, in famiglia, nella vita, per una qualche strana ragione, quando giriamo la chiave nel quadro, lo mettiamo da parte, per arrivare in tempo.
Ma che dico in tempo! Per arrivare prima degli altri!

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COMMENTI (1)
1
Pierangela
- Domenica 09 Settembre 2007 14:13
Ho letto quello che hai scritto a proposito del traffico...e mi è venuta in
mente questa canzone di Battiato..

"Certe notti per dormire mi metto a leggere,
e invece avrei bisogno di attimi di silenzio.
Certe volte anche con te, e sai che ti voglio bene,
mi arrabbio inutilmente senza una vera ragione.
Sulle strade al mattino il troppo traffico mi sfianca;
mi innervosiscono i semafori e gli stop, e la sera ritorno con malesseri
speciali.
Non servono tranquillanti o terapie
ci vuole un'altra vita.
Su divani, abbandonati a telecomandi in mano
storie di sottofondo Dallas e i Ricchi Piangono.
Sulle strade la terza linea del metrò che avanza,
e macchine parcheggiate in tripla fila,
e la sera ritorno con la noia e la stanchezza.
Non servono più eccitanti o ideologie
ci vuole un'altra vita."

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