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Fratelli d'Italia
l'Italia s'è desta
dell'elmo di Scipio
s'è cinta la testa.
Dov'è la vittoria?
Le porga la chioma,
ché schiava di Roma
Iddio la creò.

Stringiamci a coorte
siam pronti alla morte
siam pronti alla morte
l'Italia chiamò

Stringiamci a coorte
siam pronti alla morte
siam pronti alla morte
l'Italia chiamò!
Sì.

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Società

Le mie personali (discutibili) opinioni sul mondo in cui viviamo e sulla società odierna.

Dietro un voto

Domenica 12 Giugno 2011 23:03 Società
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Dietro un voto, può esserci la bieca indicazione altrui, del parente o del cosiddetto amico, che ti indica chi favorire o favoreggiare: «Dovete portarmi xx voti».

Dietro un voto, può starci la scelta, genuina e sempre legittima: «Io voto quello perché mi piace come parla».

Dietro un voto, può insistere la mera scelta del male minore: «Quegli altri sono sempre stati la nostra rovina».

Dietro un voto, può esserci anche qualche consapevolezza: «Hai visto in tv? Hai letto sui giornali o su Internet? Io voterei così».

Dietro un voto, può esserci persino un'ossessione: un interesse smodato per l'avvicinarsi del voto, un appassionamento spasmodico che ti fa spendere perlomeno un'ora al giorno a informarti, rigorosamente su Internet, su come la pensa il resto del tuo Paese e quanto ne sa, che ti fa tormentare il prossimo tuo perché sei certo che tanti prossimi tuoi non ne sanno proprio nulla. E allora spammi una valanga quotidiana di link sul social network, ti confezioni e attacchi uno spot referendario dietro al lunotto (che avranno visto centinaia di macchine dietro di me!), fai anche un pizzico di volantinaggio tradizionale sui tergicristalli, intraprendi una campagna sms, finisci col tuo sito al primo posto su google se si cerca "volantino referendum 2011".

Con quella matita in mano, in ogni caso, c'è sempre e comunque partecipazione, vera; nella discrezione della cabina sei cittadino, sei importante, sei Italia.

Ma dietro a un non voto, possono esserci tante cose. Disaffezione, demotivazione, sfiducia, disarmo: tante parole dai prefissi che esprimono allontanamento, separazione, privazione: crimini democratici non privi di colpevoli e conniventi giacchette che compongono quel marcio "sistema Italia", macchina politica alimentata a cittadini contumaci, che li accompagna alla graduale rassegnazione, alla dolce perdita di coscienza, alla tremenda astensione.

E, ultimissima moda, dietro a un non voto possono esserci disinformazione coercitiva, ostruzionismo dissimulato con sminuimento dell'utilità del voto, consigli turistici di andare al mare o in montagna.

E durante il voto? Dopo avere ormai infilato le tue schede colorate nelle fessure, non ti resta che aspettare. Ma se credevi per davvero in quel gesto semplice e fondamentale mentre lo compivi,

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Ciascuno ha la sua Italia

Giovedì 17 Marzo 2011 23:59 Società
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Centocinquant'anni dell'unità d'Italia; ma questa giornata, piuttosto che celebrare l'Italia di tutti, si è rivelata un banco di prova per l'identità nazionale collettiva. Un banco su cui si sono confrontate e scontrate Italie diverse.

Le Italie diverse, che teste diverse rimuginavano e si tenevano sullo stomaco, hanno iniziato a ribollire sin dal primo accenno a questo giorno, in cui si doveva celebrare un'Italia unica e unita. Ogni diversa Italia, fisica, politica, patriottica, calcistica, data per scontata, egoista, di circostanza, rimpianta, xenofoba, rinnegata, razzista, snobbata, unita o divisa, ha sentito forte il ribrezzo per questo incombente accomunarsi a ogni altra nel calderone unico di questo giorno. Stuzzicata e messa alle strette la propria Italia da tutte le altre antagoniste, nessuno ha più potuto trattenerla e, liberandosi lo stomaco come da un enorme macigno, a conati ha detto la sua, con cenni, gesti, silenzi, parole, opere o omissioni.

Anch'io con la mia Italia, ho vissuto questo giorno a metà tra la riflessione e l'indignazione.

Ho vissuto la riflessione sull'Italia vera: unica, unita, con l'amore che mi suscita, un po' inspiegabile proprio perché tale, l'amore per la mia Italia. Ho pensato alla Storia, studiata sin dalle scuole dell'obbligo ma che più non ricordo e che ogni giorno mi ripropongo di narrarmi ancora attraverso un libro. Ho ascoltato più volte l'Inno, da solo o in compagnia: l'ho cantato, canticchiato e fischiettato per tutto il giorno. Ho pensato che non conosco a memoria le strofe successive alla prima. Ho guardato e riguardato la bandiera che ho messo al balcone. Ho pensato ai giorni in cui, con il sangue, si è realizzata quell'idea che oggi è la nostra unità nazionale, quella che oggi è la vera Italia.

Ma, per l'altra metà, ho vissuto questo giorno praticando lo sport nazionale: l'indignazione. Indignazione perché ho saputo di esecuzioni dell'Inno disertate dai leghisti. Perché ho sentito

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Torna qui con me

Martedì 30 Novembre 2010 17:58 Società
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Saviano; Vieni via con me; Giovanni Falcone

“Vieni via con me” è stato un programma straordinario, e un po’ mi dispiace. Mi spiace perché avrei voluto che fosse stato semplicemente ordinario, normale; insomma non unico. Ma, da oggi, mancherà di nuovo a lungo qualcosa di simile, che stuzzichi il pensiero di generazioni di teletramortiti, che le sensibilizzi su argomenti scottanti, cruciali, o magari solo dimenticati, che dovrebbero stare a cuore, più o meno, a tutti noi Italiani.

Queste quattro puntate sono state uno di quegli appuntamenti che la mia coscienza, in segreto, si aspetta costantemente, come condizione naturale di esistenza; ma, purtroppo, programmi del genere tardano sempre tanto a ritornare. Qual era stata, prima, l’ultima trasmissione sopra le righe? Qualcosa (certamente da meno) di Celentano... Non ricordo bene: dev’essere stato tanti anni fa. Già, bisogna aspettare sempre degli anni per potere, ogni tanto, respirare a pieni polmoni qualche boccata di aria pulita, buona anche per il cervello, e sempre solo per qualche puntata. Dopodichè, la tv torna in apnea, o meglio: torna in quella condizione asmatica che ci passa quel poco di aria viziata appena sufficiente ad alimentare gli istinti più bassi. I culi, il buco della serratura, le maggiorate scollate, i TG1 nella consueta edizione mansueta, i talk-show serali lobotomizzanti, i ragazzi e i bambini che trasmettono alle nuove generazioni un vacuo modello di vita fondato sull'ambizione al successo televisivo:

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La coscienza critica degli Italiani. (È morta.)

Martedì 07 Dicembre 2010 12:44 Società
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Quanto segue è ovviamente quello che io penso.

Il problema dell'Italia è uno, ma è di fondo: manca la coscienza critica al 90% della popolazione.

I reality show che in tv addormentano i cervelli.La causa dell'assenza di coscienza critica è da attribuire a due soli fattori sociali: la tv e la scuola. Questi due fenomeni sociali, in primis quello del piccolo schermo, coltivano a turno inettitudine e ignoranza. In tv vengono trasmessi e insegnati, con (ahimé) ovvio successo di audience, modelli di vita che al di qua dello schermo non hanno assolutamente senso né riscontro reale: il modello del Grande Fratello mitizza dei nullafacenti nel migliore dei casi o, nel peggiore, delle zoccole e dei gran casinisti. Vale altrettanto (ma meno) per altri simili (Isola dei Famosi, La Talpa). Il modello di tutti gli altri reality show è, invece, quello dell'ambizione alla fama e al successo come cantanti e ballerini, e colpisce purtroppo tutte le fasce di età: "Ti lascio una canzone" e "Io canto" iniziano ad inculcare l'ambizione al microfono e al palco nei bambini dai 2 ai 12 anni; invece dai 12 ai 30 ci pensano "Amici" di Maria De Filippi e "X Factor" (da non dimenticare il vecchio tentativo-flop di "Operazione Trionfo" ). Alessandra Amoroso e una bambina di talento nella trasmissione Ti lascio una canzoneNel migliore dei casi, quindi, matura, quasi inconsapevolmente, l'ambizione al successo televisivo. Che non è facilmente raggiungibile, né, soprattutto, è da tutti: il talento è un dono e pochi possono tentare l'impresa; meno ancora riuscire. Nel peggiore dei casi, invece, nei soggetti piazzati davanti alla Tv prevalgono le figure delle veline e dei tronisti/troniste con "Striscia la Notizia" e "Uomini e Donne". Non va tralasciato il dettaglio basilare che tutte le trasmissioni sono condite, incorniciate e farcite con culi, grandi tette e - suppongo - bonazzi mascolini tatuati, per interessare e adescare il più vasto pubblico maschile e femminile possibile. Ah, dimenticavo il mega-programma di fine settimana privo di senso: "Buona Domenica", sunto e fiera di tutti gli altri.

Due ragazzi (profilo bimbominkia) mentre degradano la scuolaCosì, liquefatto il cervello e aizzati gli ormoni davanti a cotanto spettacolo, i più giovani si incontrano e confrontano a scuola dove, anche grazie a corpi docenti sempre più accomodanti, la cultura diventa con la "Q" maiuscola, lo studio un'utopia e

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Diventa un Ultrà

Giovedì 21 Ottobre 2010 14:20 Società
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Diventa un UltràDopo l’innovativa modalità di gioco “diventa un mito” introdotta negli scorsi capitoli di Pro Evolution Soccer, in cui si comanda un solo giocatore in campo con visuale soggettiva in prima persona, per il 2011 la Konami stupisce ancora e presenta un’altra novità, persino più stupefacente: “Diventa un Ultrà”.

In questa modalità di carriera, inizierai andando allo stadio a guardare le tue primissime partite dove, compiendo una lunga serie di gesti violenti, conquisterai man mano attrezzature, armi e riconoscimenti da parte della tua curva. Dal primo livello di “tifoso” potrai guadagnarti i vari titoli di “sbandieratore”, “ubriaco dopo pranzo”, “cannaiolo”, “rissaiolo”, “teppistello”, “facinoroso”, “fuochista”, “canaglia”, “artificiere”, “compositore razzista”, “infiltratore pirico”, “trafficante di spranghe”, “invasore”, “fomentatore”, “sassaiolaio”, “balistico del razzo”, “incendiario”, “assaltatore”, “accoltellatore”, “tigre”, “assassino” ed “Ultrà”, titolo massimo raggiungibile.

Per ogni gesto che compirai, la curva ti attribuirà passamontagna, taglierini, fumogeni, spranghe, cariche deflagranti, coltelli, mannaie, spade medievali.

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