Fratelli d'Italia
l'Italia s'è desta
dell'elmo di Scipio
s'è cinta la testa.
Dov'è la vittoria?
Le porga la chioma,
ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci a coorte
siam pronti alla morte
siam pronti alla morte
l'Italia chiamò
Stringiamci a coorte
siam pronti alla morte
siam pronti alla morte
l'Italia chiamò!
Sì.
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Giunto al finire della mia vita di peccatore, mentre canuto senesco come il mondo, nell'attesa di perdermi nell'abisso senza fondo della divinità silenziosa e deserta, partecipando della luce inconversevole delle intelligenze angeliche, trattenuto ormai col mio corpo greve e malato in questa cella del caro monastero di Melk, mi accingo a lasciare su questo vello testimonianza degli eventi mirabili e tremendi a cui in gioventù mi accadde di assistere, ripetendo verbatim quanto vidi e udii, senza azzardarmi a trarne un disegno, come a lasciare a coloro che verranno (se l'Anticristo non li precederà) segni di segni, perché su di essi si eserciti la preghiera della decifrazione.
[...]
I miei maestri di Melk mi avevano detto sovente che è molto difficile per un nordico farsi idee chiare sulle vicende religiose e politiche d'Italia.
[...]
"Mio giovane puledro affamato, non ci sono piante buone per il cibo che non siano anche per la cura, purché prese in giusta misura. Solo l'eccesso le rende causa di malattia. Prendi la zucca. È di natura fredda e umida e mitiga la sete, ma a mangiarla guasta ti provoca diarrea e devi restringere le tue viscere con un impasto di salamoia e senape. E le cipolle? Calde e umide, poche potenziano il coito, naturalmente per coloro che non han pronunciato i nostri voti, troppe ti dan pesantezza di capo e van combattute con latte e aceto. Buona ragione," aggiunse con malizia, "perché un giovane monaco ne mangi sempre con parsimonia. Mangia invece aglio. Caldo e secco, è buono contro i veleni. Ma non esagerare, fa espellere troppi umori dal cervello. I fagioli invece producono urina e ingrassano, due cose molto buone. Ma danno cattivi sogni. Molto meno però di certe altre erbe, perché ve ne sono anche che provocano cattive visioni.
[...]
"Ma in che ordine sono riportati i libri in questo elenco?" chiese Guglielmo.
"Non per argomenti, mi pare." Non accennò a un ordine per autori che seguisse la
stessa sequenza delle lettere dell'alfabeto, perché è accorgimento che ho visto
messo in opera solo negli ultimi anni, e allora si usava poco.
"La biblioteca affonda la sua origine nel profondo dei tempi," disse Malachia,
"e i libri sono registrati secondo l'ordine delle acquisizioni, delle donazioni,
del loro ingresso nelle nostre mura."
"Difficili da trovare," osservò Guglielmo.
"Basta che il bibliotecario li conosca a memoria e sappia per ogni libro il
tempo in cui arrivò. Quanto agli altri monaci possono fidarsi della sua memoria"
[...]
"Ma volete veramente entrare di notte in biblioteca?" domandai atterrito.
"Dove ci sono i monaci defunti e i serpenti e le luci misteriose, mio buon Adso?
No, ragazzo."
[...]
"Adso, senza quei benedetti oculi ad legendum non riesco a capire cosa ci sia
scritto su questi libri. Leggimi qualche titolo."
Presi un libro a caso: "Maestro non è scritto!"
"Come? Vedo che è scritto, cosa leggi?"
"Non leggo. Non sono lettere dell'alfabeto e non è greco, lo riconoscerei.
Sembrano vermi, serpentelli, caccole di mosche..."
"Ah, è arabo. Ce ne sono altri così?"
[...]
Così devotamente mi addormentai, e a lungo, perché pare che noi giovani si abbia bisogno di sonno più dei vecchi, i quali hanno già tanto dormito e si apprestano a dormire per l'eternità.
[...]
"cercavo di farti capire come il corpo della chiesa, che è stato per secoli anche il corpo della società tutta, il popolo di Dio, è diventato troppo ricco, e denso, e trascina con sé le scorie di tutti i paesi che ha attraversato, e ha perso la propria purezza."
[...]
"Figlio carissimo," disse, "tutto quello che questo povero vecchio peccatore
può fare per la tua anima, sarà fatto con gioia. Cosa ti turba? Le ansie, vero?"
domandò quasi con ansia anch'egli, "le ansie della carne?"
"No," risposi arrossendo, "se mai le ansie della mente, che vuole conoscere
troppe cose..."
"Ed è male. Il Signore conosce le cose, a noi tocca solo adorare la sua
sapienza."
[...]
"Ho capito, ho capito," interruppe Guglielmo, "ma ammetterai che questo non
mi dice ancora quale sia la situazione del villaggio, quali tra gli abitanti
siano prebendari dell'abbazia, e quanta terra abbia da coltivare in proprio chi
non è prebendario..."
"Oh, per questo," disse Remigio, "una famiglia normale laggiù possiede anche
cinquanta tavole di terreno."
"Quanto è una tavola?"
"Naturalmente, quattro trabucchi quadri."
"Trabucchi quadri? Quanto sono?"
"Trentasei piedi quadri a trabucco. O se vuoi, ottocento trabucchi lineari fanno
un miglio piemontese. E calcola che una famiglia - nelle terre verso mezzanotte
- può coltivare olivi per almeno mezzo sacco di olio."
"Mezzo sacco?"
"Sì, un sacco fa cinque emine, e una emina fa otto coppe."
"Ho capito," disse scoraggiato il mio maestro. "Ogni paese ha le sue misure. Voi
per esempio il vino lo misurate a boccali?"
"O a rubbie. Sei rubbie, una brenta e otto brente un boccale. Se vuoi, un rubbo
è di sei pinte da due boccali."
"Credo di aver le idee chiare," disse Guglielmo rassegnato.
[...]
"Non solo, sembra che voglia andare oltre e sostenere che neppure l'inferno
sarà aperto prima di quel giorno [del giudizio, ndr]... Nemmeno per i demoni."
"Gesù Signore aiutaci!" esclamò Girolamo. "E cosa racconteremo allora ai
peccatori se non possiamo minacciarli di un inferno immediato, subito appena
morti!?"
[...]
"erano tempi in cui, per dimenticare un mondo cattivo, i grammatici si dilettavano di astruse questioni. Mi dissero che a quell'epoca per quindici giorni e quindici notti i retori Gabundus e Terentius discussero sul vocativo di 'ego', e infine vennero alle armi."
[...]
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[...]
"Guardate," diceva, "questa è la punta della lancia che trafisse il costato
del Salvatore!" Era una scatola d'oro, dal coperchio di cristallo, dove su di un
cuscinetto di porpora stava adagiato un pezzo di ferro di forma triangolare, già
roso dalla ruggine ma ora riportato a vivo splendore da un lungo lavoro di olii
e di cere. Ma questo era ancora nulla. Perché in un'altra scatola di argento
tempestata di ametiste, e dove trasparente era la parete anteriore, vidi un
pezzo del legno venerando della santa croce, portato in quell'abbazia dalla
stessa regina Elena, madre dell'imperatore Costantino, dopo che era andata
pellegrina ai luoghi santi e aveva dissotterrato il colle del Golgota e il santo
sepolcro costruendovi sopra una cattedrale.
Poi Nicola ci fece vedere altre cose, e di tutte non saprei dire, per la loro
quantità e la loro rarità. V'era, in una teca tutta d'acquamarine, un chiodo
della croce. V'era, in una ampolla, posato su un giaciglio di piccole rose
appassite, una porzione della corona di spine, e in un'altra scatola, sempre su
di una coltre di fiori secchi, un brandello ingiallito della tovaglia
dell'ultima cena. Ma poi v'era la borsa di san Matteo, a maglie d'argento, e in
un cilindro, legato da un nastro viola roso dal tempo e sigillato d'oro, un osso
del braccio di sant'Anna. Vidi, meraviglia delle meraviglie, sormontata da una
campana di vetro e su un cuscino rosso trapunto di perle, un pezzo della
mangiatoia di Bethlehem, e una spanna della tunica porporina di san Giovanni
Evangelista, due delle catene che serrarono le caviglie dell'apostolo Pietro a
Roma, il cranio di sant'Adalberto, la spada di santo Stefano, una tibia di santa
Margherita, un dito di san Vitale, una costola di santa Sofia, il mento di
sant'Eobano, la parte superiore della scapola di san Crisostomo, l'anello di
fidanzamento di san Giuseppe, un dente del Battista, la verga di Mosè, un
merletto lacero ed esilissimo dell'abito nuziale della Vergine Maria.
E poi altre cose che non erano reliquie ma rappresentavano pur sempre
testimonianze di prodigi e di esseri prodigiosi di terre lontane, portati
all'abbazia da monaci che avevano viaggiato sino agli estremi confini del mondo:
un basilisco e un'idra impagliati, un corno di unicorno, un uovo che un eremita
aveva trovato dentro un altro uovo, un pezzo della manna che nutrì gli ebrei
nel deserto, un dente di balena, una noce di cocco, l'omero di una bestia
prediluviale, la zanna d'avorio di un elefante, la costola di un delfino. E poi
ancora altre reliquie che non riconobbi, di cui forse erano più preziosi i
reliquiari e alcune (a giudicare dalla fattura dei loro contenitori, di argento
annerito) antichissime, una serie infinita di frammenti d'ossa, di stoffa, di
legno, di metallo, di vetro. E fiale con polveri scure, di una delle quali seppi
che conteneva i detriti combusti della città di Sodoma, e di un'altra calce
delle mura di Gerico. Tutte cose, anche le più dimesse, per le quali un
imperatore avrebbe dato più di un feudo, e che costituivano una riserva non solo
di immenso prestigio ma anche di veritiera ricchezza materiale per l'abbazia che
ci ospitava.
Continuavo ad aggirarmi sbalordito, mentre Nicola ormai aveva smesso di
illustrarci gli oggetti, che peraltro erano descritti ciascuno da un cartiglio,
ormai libero di girovagare quasi a caso per quella riserva di meraviglie
inestimabili, a volte ammirando quelle cose in piena luce, a volte
intravvedendole nella semioscurità, quando gli accoliti di Nicola si spostavano
in un altro punto della cripta con le loro torce. Ero affascinato da quelle
cartilagini ingiallite, mistiche e ripugnanti al medesimo tempo, trasparenti e
misteriose, da quei brandelli d'abiti di epoca immemoriale, scoloriti,
sfilacciati, talora arrotolati in una fiala come un manoscritto sbiadito, da
quelle materie sbriciolate che si confondevano con la stoffa che faceva loro da
giaciglio, detriti santi di una vita che fu animale (e razionale) e ora,
imprigionati da edifici di cristallo o di metallo che mimavano nella loro
minuscola dimensione l'arditezza delle cattedrali di pietra con le loro torri e
le loro guglie, parevano trasformati anch'essi in sostanza minerale. Così
dunque i corpi dei santi attendono sepolti la resurrezione della carne? Da
queste schegge si sarebbero ricomposti quegli organismi che nel fulgore della
visione divina, riacquistando ogni loro naturale sensibilità, avrebbero
avvertito, come scriveva il Piperno, anche le minimas differentias odorum?
(...)
"non t'incantare troppo su queste teche. Di frammenti della croce ne ho visti
molti altri, in altre chiese. Se tutti fossero autentici, Nostro Signore non
sarebbe stato suppliziato su due assi incrociate, ma su di una intera foresta."
"Maestro!" dissi scandalizzato.
"È così Adso. E ci sono dei tesori ancora più ricchi. Tempo fa, nella
cattedrale di Colonia vidi il cranio di Giovanni Battista all'età di dodici
anni."
"Davvero?" esclamai ammirato. Poi, colto da un dubbio: "Ma il Battista fu ucciso
in età più avanzata!"
"L'altro cranio dev'essere in un altro tesoro," disse Guglielmo con viso serio.
Rundstedt inghiottì un boccone e tossì nel palmo della mano. Maledizione, Hitler non aveva proprio riguardo: non dava nemmeno a un poveretto la possibilità di riprendere fiato.
da "La cruna dell'ago", di Ken Follett, 1978
«Non ricordo neppure quando l'ho posato, o...»
All'improvviso, ci fu un rumore raspante, simile a quello prodotto da una locusta. Jonesy si sentì drizzare i capelli sulla nuca, pensando che ci fosse qualcosa intrappolato nel camino. Poi capì che era McCarthy. Non era la prima scoreggia che sentiva in vita sua, ma era di sicuro la più lunga. Sembrò andare avanti per sempre, anche se non poteva essere durata più di qualche secondo. Poi si diffuse l'odore.
McCarthy lasciò cadere il cucchiaio nella minestra che aveva appena assaggiato e portò la mano alla guancia in un gesto di imbarazzo quasi fanciullesco. «O Cielo, scusate», disse.
«Figurati, meglio fuori che dentro», ribatté Beaver, ma aveva parlato solo per abitudine. Jonesy si accorse che era scioccato quanto lui da quel tanfo. Non era quell'odore di uova marce che ti faceva ridere e ti spingeva a sventolarti gridando: «Chi ha le tubature guaste?» Né era una di quelle potenti esalazioni da palude. Era l'odore che Jonesy aveva già individuato nel fiato di McCarthy - un misto di etere e di banane troppo mature.
«Santo Cielo, e tremendo», farfugliò McCarthy. «Sono molto spiacente.»
«Ma dai», disse Jonesy, ma il suo stomaco si era contratto come per proteggersi da un assalto. Non avrebbe finito il pasto fuori orario: non c'era proprio verso. Non che avesse qualcosa contro le scoregge, ma questa era davvero potente.
Beav si alzò dal divano e aprì una finestra facendo entrare un mulinello di neve e un misericordioso soffio di aria fresca. «Non ti preoccupare, amico... però come puzza non scherzava. Che diavolo hai mangiato? Stronzi di marmotta?»
«Ramoscelli e muschio e altra roba, non saprei precisamente cosa», rispose McCarthy. «Avevo talmente fame, dovevo mangiare qualcosa, ma non so niente di sopravvivenza... e poi era buio.» Pronunciò quest'ultima frase come in preda a un'ispirazione, e Jonesy guardò Beaver per vedere se anche lui aveva capito che mentiva. McCarthy non sapeva che cosa aveva mangiato nei boschi, e neppure se aveva davvero mangiato. Voleva solo spiegare quell'inatteso e orrendo gracidio. E il tanfo che ne era seguito.
Una potente folata di vento spazzò nella stanza un altro turbinio di neve, ma, grazie al cielo, provvide a cambiare l'aria.
McCarthy si protese in avanti con uno scatto improvviso, come se fosse sospinto da una molla, e, quando chinò il capo tra le ginocchia, Jonesy intuì che cosa stava per succedere: ciao, ciao, tappeto navajo. Anche Beav doveva aver avuto lo stesso pensiero perché scostò le gambe per evitare che gli spruzzi raggiungessero i calzoni.
Ma, anziché vomitare, McCarthy emise un sordo e lungo ronzio, simile al rumore di un macchinario sottoposto a uno sforzo eccessivo. Aveva gli occhi strabuzzati e le guance come palloni. Il rantolo raspante continuava e continuava, e, quando infine cessò, il ronzio del generatore sul retro della baita parve fortissimo.
«In vita mia mi è capitato di sentire dei rutti niente male, ma questo merita l'Oscar», disse Beav. Il tono della sua voce esprimeva un sincero e pacato rispetto.
Infine, un estratto dalla "Nota dell'Autore".
Questo libro è stato scritto con il miglior programma di videoscrittura del mondo: una stilografica Waterman. Scrivere a mano un libro così lungo mi ha fatto ritrovare un rapporto con il linguaggio che non provavo da anni. Una notte (durante un blackout), ho addirittura scritto a lume di candela. Simili opportunità si presentano di rado nel ventunesimo secolo, e vanno assaporate a fondo.
Subito ho notato l'incredibile somiglianza con il "Finale" e il "Finale alternativo di: Viaggio nell'Arte 2000"!
da "L'acchiappasogni", di Stephen King, 2001
C'era il ciambellano che obbligava i frati a cambiare le tonache e a radersi per Natale e Pentecoste (in quelle occasioni veniva consigliato un bagno, ma non era obbligatorio).
[...]
Alfred era lì con un asciugamano sul braccio e stava per scendere al fiume. Le donne facevano il bagno una volta al mese, gli uomini per Pasqua e per San Michele: ma la tradizione imponeva di farlo anche la mattina delle nozze.
[...]
Stavano mangiando carne fredda e bevendo vino rosso. Philip aveva fame, dopo
la camminata, e si sentì venire l'acquolina in bocca.
Waleran alzò gli occhi, lo vide, e un'espressione di vaga irritazione gli passò
sul viso.
« Buongiorno » disse Philip.
Waleran si rivolse a Henry: « Questo è il mio priore ».
Philip non gradiva molto venire descritto come il priore di Waleran. « Sono
Philp di Gwynedd, priore di Kingsbridge, monsignor vescovo » si presentò.
Pensava di andare a baciare la mano del vescovo, ma quello si limitò a dire: «
Splendido » e mangiò un altro boccone di carne. Philip restò lì. impacciato. Non
lo invitavano a sedere?
Waleran disse: « Ti raggiungeremo fra poco, Philip ».
Philip si rese conto che era stato congedato. Si voltò, sentendosi umiliato e
tornò al gruppo accanto alla porta. Il maggiordomo che aveva cercato di
bloccarlo sogghignò quasi a significare "Te l'avevo detto". Philip rimase in
disparte dagli altri. Ora si vergognava della tonaca marrone tutta macchiata che
aveva portato giorno e notte per sei mesi. Spesso i benedettini tingevano di
nero le loro tonache; ma a Kingsbridge vi avevano rinunciato anni prima per
risparmiare. Philip aveva sempre creduto che vestirsi con raffinatezza fosse una
vanità inadatta a un uomo di Dio, qualunque fosse il suo rango; ma adesso
capiva. Non sarebbe stato trattato in quel modo se si fosse presentato avvolto
in sete e pellicce.
da "I pilastri della terra", di Ken Follett, 1989
Mangiava ogni giorno una quantità enorme di limoni. Quel giorno ne aveva
ingoiati una trentina, ma sperava con l'esercizio di arrivare a sopportarne
anche di più. Mi confidò che i limoni secondo lui erano buoni anche per molte
altre malattie. Dacché li prendeva sentiva meno fastidio per il fumare
esagerato, al quale anche lui era condannato.
Io ebbi un brivido alla visione di tanto acido, ma, subito dopo, una visione un
po' più lieta della vita: i limoni non mi piacevano, ma se mi avessero data la
libertà di fare quello che dovevo o volevo senz'averne danno e liberandomi da
ogni altra costrizione, ne avrei ingoiati altrettanti anch'io. È libertà
completa quella di poter fare ciò che si vuole a patto di fare anche qualche
cosa che piaccia meno. La vera schiavitù è la condanna all'astensione: Tantalo e
non Ercole.
[...]
Essa mi guardò negli occhi e trovò i miei vivamente annuenti così da
confortarla. Scesi quegli scalini, che non contai più, domandandomi:
"Chissà se l'amo?"
È un dubbio che m'accompagnò per tutta la vita e oggidì posso pensare che
l'amore accompagnato da tanto dubbio sia il vero amore.
[...]
Era invece una malvagia indiscrezione quella di riferire ad Augusta i discorsi sulle donne cui Guido s'abbandonava in mia compagnia, ma giammai in presenza di alcun altro della famiglia delle nostre spose. Il ricordo di quelle mie parole m'amareggiò per varii giorni, mentre posso dire che il ricordo di aver voluto uccidere Guido non m'aveva turbato neppure per un'ora. Ma uccidere e sia pure a tradimento, è cosa più virile che danneggiare un amico riferendo una sua confidenza.
[...]
Spiegare a qualcuno come è fatto, è un modo di autorizzarlo ad agire come desidera.
[...]
... arrivai a Carla non con uno slancio solo, ma a tappe. Dapprima per varii
giorni giunsi solo fino al Giardino Pubblico e con la sincera intenzione di
gioire di quel verde che apparisce tanto puro in mezzo al grigio delle strade e
delle case che lo circondano. Poi, non avendo avuta la fortuna di imbattermi,
come speravo, casualmente in lei, uscii dal Giardino per movermi proprio sotto
le sue finestre. Lo feci con una grande emozione che ricordava proprio quella
deliziosissima del giovinetto che per la prima volta accosta l'amore. Da tanto
tempo ero privo non d'amore, ma delle corse che vi conducono.
Ero appena uscito dal Giardino Pubblico che m'imbattei proprio faccia a faccia
in mia suocera. Dapprima ebbi un dubbio curioso: di mattina, così di buon'ora,
da quelle parti tanto lontane dalle nostre? Forse anche lei tradiva il marito
ammalato. Seppi poi subito che le facevo un torto perché essa era stata a
trovare il medico per averne conforto dopo una cattiva notte passata accanto a
Giovanni. Il medico le aveva detto delle buone parole, ma essa era tanto agitata
che presto mi lasciò dimenticando persino di sorprendersi di avermi trovato in
quel luogo visitato di solito da vecchi, bambini e balie.
Ma mi bastò di averla vista per sentirmi riafferrato dalla mia famiglia.
Camminai verso casa con un passo deciso, a cui battevo il tempo mormorando: «Mai
più! Mai più!». In quell'istante la madre di Augusta con quel suo dolore mi
aveva dato il sentimento di tutti i miei doveri. Fu una buona lezione e bastò
per tutto quel giorno.
da "La coscienza di Zeno", di Italo Svevo, 1923
«Qualsiasi cosa possa mai fare per te», disse. «In qualsiasi momento. Per tutta la vita. Tu chiami, io vengo. Tu chiedi, io faccio. È un assegno in bianco. Ti è chiaro?»
«Sì», risposi. Mi era chiaro anche qualcos'altro: quando qualcuno ti offre un assegno in bianco, non lo devi mai e poi mai incassare. Non era un concetto che avevo elaborato. Certe volte una verità scavalca il cervello e giunge direttamente dal cuore.
da "Duma key", di Stephen King, 2008
"Buon giorno", disse la volpe.
"Buon giorno", rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.
"Sono qui", disse la voce, "sotto al melo..."
"Chi sei?" domandò il piccolo principe, "sei molto carino..."
"Sono una volpe", disse la volpe.
"Vieni a giocare con me", le propose il piccolo principe, sono così triste..."
"Non posso giocare con te", disse la volpe, "non sono addomesticata".
"Ah! scusa", fece il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
"Che cosa vuol dire «addomesticare»?"
"Non sei di queste parti, tu", disse la volpe, "che cosa cerchi?"
"Cerco gli uomini", disse il piccolo principe.
"Che cosa vuol dire «addomesticare»?"
"Gli uomini" disse la volpe, "hanno dei fucili e cacciano. È molto noioso! Allevano anche delle galline. È il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?"
"No", disse il piccolo principe. "Cerco degli amici. Che cosa vuol dire «addomesticare»?"
"È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire «creare dei legami»..."
"Creare dei legami?"
"Certo", disse la volpe. "Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l'uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo".
"Comincio a capire" disse il piccolo principe. "C'è un fiore... credo che mi abbia addomesticato..."
"È possibile", disse la volpe. "Capita di tutto sulla Terra..."
"Oh! non è sulla Terra", disse il piccolo principe.
La volpe sembrò perplessa:
"Su un altro pianeta?"
"Si".
"Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?"
"No".
"Questo mi interessa. E delle galline?"
"No".
"Non c'è niente di perfetto", sospirò la volpe. Ma la volpe ritornò alla sua idea:
"La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell'oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano..."
La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:
"Per favore... addomesticami", disse.
"Volentieri", disse il piccolo principe, "ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose".
"Non si conoscono che le cose che si addomesticano", disse la volpe. "Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!"
"Che cosa bisogna fare?" domandò il piccolo principe.
"Bisogna essere molto pazienti", rispose la volpe. "In principio tu ti sederai un po' lontano da me, così, nell'erba. Io ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po' più vicino..."
Il piccolo principe ritornò l'indomani.
"Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora", disse la volpe.
"Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell'ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore... Ci vogliono i riti".
"Che cos'è un rito?" disse il piccolo principe.
"Anche questa è una cosa da tempo dimenticata", disse la volpe. "È quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore. C'è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza".
Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
E quando l'ora della partenza fu vicina:
"Ah!" disse la volpe, "... piangerò".
"La colpa è tua", disse il piccolo principe, "io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi..."
"È vero", disse la volpe.
"Ma piangerai!" disse il piccolo principe.
"È certo", disse la volpe.
"Ma allora che ci guadagni?"
"Ci guadagno", disse la volpe, "il colore del grano".
Poi soggiunse:
"Va' a rivedere le rose. Capirai che la tua è unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalerò un segreto".
Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose.
"Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente", disse.
"Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora è per me unica al mondo".
E le rose erano a disagio.
"Voi siete belle, ma siete vuote", disse ancora. "Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparata col paravento. Perché su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa".
E ritornò dalla volpe.
"Addio", disse.
"Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi".
"L'essenziale è invisibile agli occhi", ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.
"È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante".
"È il tempo che ho perduto per la mia rosa..." sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.
"Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa..."
"Io sono responsabile della mia rosa..." ripeté il piccolo principe per ricordarselo.
da "Il Piccolo Principe" di Antoine de Saint-Exupéry
Regolamento unico e segreto del Campionato Mondiale di Pallastrada
Il campionato viene giocato ogni quattro anni da otto squadre di tutto il mondo che si affrontano a eliminazione diretta secondo il regolamento internazionale, e cioè:
1) Le squadre sono di cinque giocatori senza limiti di età, sesso, razza e specie animale.
2) Il campo di gioco può essere di qualsiasi fondo e materiale a eccezione dell’erba morbida, deve avere almeno una parte in ghiaia, almeno un ostacolo quale un albero o un macigno, una pendenza fino al venti per cento, almeno una pozzanghera fangosa e non deve essere recintato, ma possibilmente situato in zona dove il pallone, uscendo, abbia a rotolare per diversi chilometri.
3) Le porte sono delimitate da due sassi, o barattoli, o indumenti, e devono misurare sei passi del portiere. È però ammesso che il portiere restringa la porta, se non si fa scoprire, e che parimenti l’attaccante avversario la allarghi di nascosto fino a un massimo di venti metri. La traversa è immaginaria e corrisponde all’altezza a cui il portiere riesce a sputare.
4) La palla deve essere stata rattoppata almeno tre volte, deve essere o molto più gonfia o molto meno gonfia del normale, e possedere un adeguato numero di protuberanze che rendano il rimbalzo infido.
5) Ai giocatori è vietato indossare parastinchi o altre protezioni per le gambe.
6) Ogni squadra dovrà indossare un oggetto o un indumento dello stesso colore (sciarpa, elmo, berretto, calzerotto, stella da sceriffo) mentre è proibito avere maglia e pantaloncini uguali.
7) Sono ammessi gli sgambetti, il cianchetto, la gambarola, il ganascio, il pestone, il costolino, il raspasega, il poppe, il toccaballe, il calcinculo, il blondin, l’attaccabretella, il placcaggio, il ponte, la cravatta, il sandwich, l’entrata a slitta, l’entrata a zappa, il baghigno, la cornata, il triplo Mandelbaum, il colpo dell’aragosta, lo strazzabregh, il cuccio, il papa, lo squartarau, la trampolina e il morsgotto. Sono proibiti i colpi non dianzi citati e le armi di ogni genere.
8) Nel caso la palla finisca giù per una scarpata in mare o in altra provincia, la partita deve riprendere entro due ore, o sarà ritenuto valido il risultato conseguito prima dell’interruzione.
9) Nel caso in cui un cane o un neonato o un cieco o altro perturbatore entri in campo intralciando o azzannando la palla, egli sarà considerato a tutti gli effetti parte del gioco, a meno che non si dimostri che è stato addestrato da una delle squadre.
10) Il passaggio di biciclette, auto, moto e camion non interrompe il gioco, fatta eccezione per le ambulanze e i carri funebri.
11) Per poter svolgere il campionato nei due sacri giorni come è sempre stato, gli incontri mondiali avranno una durata fissa di ottantasette minuti divisi in due tempi.
12) La regola segreta 12, se applicata, abolisce tutte le precedenti.
13) È permessa la sostituzione di un giocatore solo quando i lividi e le croste occupino più del sessanta per cento delle gambe.
14) Si possono sostituire tutti i giocatori indicati nella lista di convocazione tranne il capitano. I nuovi giocatori dovranno però essere elementi notoriamente degni dello spirito della pallastrada.
Si raccomanda la massima puntualità e l’assoluta segretezza. Vi aspettiamo, ragazzi!
da "La compagnia dei Celestini", di Stefano Benni, 1992
« Lo so come ti senti. È come essere dietro un vetro, non puoi toccare niente di quello che vedi. Ho passato tre quarti della mia vita chiuso fuori, finché ho capito che l'unico modo è romperlo. E se hai paura di farti male, prova a immaginarti di essere già vecchio e quasi morto, pieno di rimpianti ».
da "Due di due", di Andrea De Carlo, 1989
« Bah... » borbottò Eddie senza aggiungere altro.
« Tu sei B-B-B-Ben Hanscom, v-vero? » domandò Bill.
« Sì. E tu sei Bill Denbrough. »
« S-sì. E lui è E-E-E-E-E...»
« Eddie Kaspbrak », lo precedette Eddie. « Mi fai venire i vermi quando ti metti a balbettare il mio nome, Bill. Sembri Elmer Fudd. »
« S-s-scusa. »
« Comunque, piacere di conoscervi », disse Ben. Gli venne fuori un po' lezioso e vacillante. Fra i tre cadde un silenzio che non fu solo di imbarazzo. In esso diventarono amici.
da "It", di Stephen King, 1986
[...] sembrava che il maestro fosse Hans, ch'egli esaminasse e giudicasse le risposte. Un lieve sorriso sulla sua bocca delicata pareva dire che egli ben sapeva trattarsi di un gioco, ma tanto più grande era per il resto la sua serietà; e forse non era nemmeno un sorriso, era solamente la felicità dell'infanzia che errava sulle sue labbra.
da "Il castello", di Franz Kafka, 1926
Però a lui lo vedo, lì seduto dietro a un bancone che legge il cazzuto giornale. Non te lo puoi perdere lo stronzone gigante, solo per quanto è cazzutamente grosso. Il posto è vuoto peggio di un merdaio: una nonnetta e due poveri coglionazzi che fan colazione. Lexo, che serve da mangiare in un caffé come una coglionazza di ragazzona grande e grossa. Alza gli occhi e mi luma, che per poco non ci pianta un salto. « Olà, Frank! »
« Sì » gli faccio. Mi guardo attorno per questo troiaio, tutto tavolinetti e una specie di scrittura da ciàina sui muri e dei cazzuti draghi mongoloidi e così. « Che è 'sta roba? »
« L'ho trasformato in un caffé. Coi mobili usati, grana non se ne fa. Alla notte diventa un caffè thailandese. Va molto fra i nuovi tipi trendy di Leith e la popolazione studentesca » ghigna poi, tutto pieno di merda.
da "Porno", di Irvine Welsh, 2002
Devi morire senza parroco!