Fratelli d'Italia
l'Italia s'è desta
dell'elmo di Scipio
s'è cinta la testa.
Dov'è la vittoria?
Le porga la chioma,
ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci a coorte
siam pronti alla morte
siam pronti alla morte
l'Italia chiamò
Stringiamci a coorte
siam pronti alla morte
siam pronti alla morte
l'Italia chiamò!
Sì.
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«Non ricordo neppure quando l'ho posato, o...»
All'improvviso, ci fu un rumore raspante, simile a quello prodotto da una locusta. Jonesy si sentì drizzare i capelli sulla nuca, pensando che ci fosse qualcosa intrappolato nel camino. Poi capì che era McCarthy. Non era la prima scoreggia che sentiva in vita sua, ma era di sicuro la più lunga. Sembrò andare avanti per sempre, anche se non poteva essere durata più di qualche secondo. Poi si diffuse l'odore.
McCarthy lasciò cadere il cucchiaio nella minestra che aveva appena assaggiato e portò la mano alla guancia in un gesto di imbarazzo quasi fanciullesco. «O Cielo, scusate», disse.
«Figurati, meglio fuori che dentro», ribatté Beaver, ma aveva parlato solo per abitudine. Jonesy si accorse che era scioccato quanto lui da quel tanfo. Non era quell'odore di uova marce che ti faceva ridere e ti spingeva a sventolarti gridando: «Chi ha le tubature guaste?» Né era una di quelle potenti esalazioni da palude. Era l'odore che Jonesy aveva già individuato nel fiato di McCarthy - un misto di etere e di banane troppo mature.
«Santo Cielo, e tremendo», farfugliò McCarthy. «Sono molto spiacente.»
«Ma dai», disse Jonesy, ma il suo stomaco si era contratto come per proteggersi da un assalto. Non avrebbe finito il pasto fuori orario: non c'era proprio verso. Non che avesse qualcosa contro le scoregge, ma questa era davvero potente.
Beav si alzò dal divano e aprì una finestra facendo entrare un mulinello di neve e un misericordioso soffio di aria fresca. «Non ti preoccupare, amico... però come puzza non scherzava. Che diavolo hai mangiato? Stronzi di marmotta?»
«Ramoscelli e muschio e altra roba, non saprei precisamente cosa», rispose McCarthy. «Avevo talmente fame, dovevo mangiare qualcosa, ma non so niente di sopravvivenza... e poi era buio.» Pronunciò quest'ultima frase come in preda a un'ispirazione, e Jonesy guardò Beaver per vedere se anche lui aveva capito che mentiva. McCarthy non sapeva che cosa aveva mangiato nei boschi, e neppure se aveva davvero mangiato. Voleva solo spiegare quell'inatteso e orrendo gracidio. E il tanfo che ne era seguito.
Una potente folata di vento spazzò nella stanza un altro turbinio di neve, ma, grazie al cielo, provvide a cambiare l'aria.
McCarthy si protese in avanti con uno scatto improvviso, come se fosse sospinto da una molla, e, quando chinò il capo tra le ginocchia, Jonesy intuì che cosa stava per succedere: ciao, ciao, tappeto navajo. Anche Beav doveva aver avuto lo stesso pensiero perché scostò le gambe per evitare che gli spruzzi raggiungessero i calzoni.
Ma, anziché vomitare, McCarthy emise un sordo e lungo ronzio, simile al rumore di un macchinario sottoposto a uno sforzo eccessivo. Aveva gli occhi strabuzzati e le guance come palloni. Il rantolo raspante continuava e continuava, e, quando infine cessò, il ronzio del generatore sul retro della baita parve fortissimo.
«In vita mia mi è capitato di sentire dei rutti niente male, ma questo merita l'Oscar», disse Beav. Il tono della sua voce esprimeva un sincero e pacato rispetto.
Infine, un estratto dalla "Nota dell'Autore".
Questo libro è stato scritto con il miglior programma di videoscrittura del mondo: una stilografica Waterman. Scrivere a mano un libro così lungo mi ha fatto ritrovare un rapporto con il linguaggio che non provavo da anni. Una notte (durante un blackout), ho addirittura scritto a lume di candela. Simili opportunità si presentano di rado nel ventunesimo secolo, e vanno assaporate a fondo.
Subito ho notato l'incredibile somiglianza con il "Finale" e il "Finale alternativo di: Viaggio nell'Arte 2000"!
da "L'acchiappasogni", di Stephen King, 2001
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Devi cacare senza spremerti!