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Fratelli d'Italia
l'Italia s'è desta
dell'elmo di Scipio
s'è cinta la testa.
Dov'è la vittoria?
Le porga la chioma,
ché schiava di Roma
Iddio la creò.

Stringiamci a coorte
siam pronti alla morte
siam pronti alla morte
l'Italia chiamò

Stringiamci a coorte
siam pronti alla morte
siam pronti alla morte
l'Italia chiamò!
Sì.

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Giunto al finire della mia vita di peccatore, mentre canuto senesco come il mondo, nell'attesa di perdermi nell'abisso senza fondo della divinità silenziosa e deserta, partecipando della luce inconversevole delle intelligenze angeliche, trattenuto ormai col mio corpo greve e malato in questa cella del caro monastero di Melk, mi accingo a lasciare su questo vello testimonianza degli eventi mirabili e tremendi a cui in gioventù mi accadde di assistere, ripetendo verbatim quanto vidi e udii, senza azzardarmi a trarne un disegno, come a lasciare a coloro che verranno (se l'Anticristo non li precederà) segni di segni, perché su di essi si eserciti la preghiera della decifrazione.

[...]

I miei maestri di Melk mi avevano detto sovente che è molto difficile per un nordico farsi idee chiare sulle vi­cende religiose e politiche d'Italia.

[...]

"Mio giovane puledro affamato, non ci sono piante buone per il cibo che non siano anche per la cura, purché prese in giusta misura. Solo l'eccesso le rende causa di malattia. Prendi la zucca. È di natura fredda e umida e mitiga la sete, ma a mangiarla guasta ti provoca diarrea e devi restringere le tue viscere con un impasto di salamoia e senape. E le cipolle? Calde e umide, poche potenziano il coito, naturalmente per coloro che non han pronunciato i nostri voti, troppe ti dan pesantezza di capo e van combattute con latte e aceto. Buona ragione," aggiunse con malizia, "perché un giovane monaco ne mangi sempre con parsimonia. Mangia invece aglio. Caldo e secco, è buono contro i veleni. Ma non esagerare, fa espellere troppi umori dal cervello. I fagioli invece producono urina e ingrassano, due cose molto buone. Ma danno cattivi sogni. Molto meno però di certe altre erbe, perché ve ne sono anche che provocano cattive visioni.

[...]

"Ma in che ordine sono riportati i libri in questo elenco?" chiese Guglielmo. "Non per argomenti, mi pare." Non accennò a un ordine per autori che seguisse la stessa sequenza delle lettere dell'alfabeto, perché è accorgimento che ho visto messo in opera solo negli ultimi anni, e allora si usava poco.
"La biblioteca affonda la sua origine nel profondo dei tempi," disse Malachia, "e i libri sono registrati secondo l'ordine delle acquisizioni, delle donazioni, del loro ingresso nelle nostre mura."
"Difficili da trovare," osservò Guglielmo.
"Basta che il bibliotecario li conosca a memoria e sappia per ogni libro il tempo in cui arrivò. Quanto agli altri monaci possono fidarsi della sua memoria"

[...]

"Ma volete veramente entrare di notte in biblioteca?" domandai atterrito.
"Dove ci sono i monaci defunti e i serpenti e le luci misteriose, mio buon Adso? No, ragazzo."

[...]

"Adso, senza quei benedetti oculi ad legendum non riesco a capire cosa ci sia scritto su questi libri. Leggimi qualche titolo."
Presi un libro a caso: "Maestro non è scritto!"
"Come? Vedo che è scritto, cosa leggi?"
"Non leggo. Non sono lettere dell'alfabeto e non è greco, lo riconoscerei. Sembrano vermi, serpentelli, caccole di mosche..."
"Ah, è arabo. Ce ne sono altri così?"

[...]

Così devotamente mi addormentai, e a lungo, perché pare che noi giovani si abbia bisogno di sonno più dei vecchi, i quali hanno già tanto dormito e si apprestano a dormire per l'eternità.

[...]

"cercavo di farti capire come il corpo della chiesa, che è stato per secoli anche il corpo della società tutta, il popolo di Dio, è diventato troppo ricco, e denso, e trascina con sé le scorie di tutti i paesi che ha attraversato, e ha perso la propria purezza."

[...]

"Figlio carissimo," disse, "tutto quello che questo povero vecchio peccatore può fare per la tua anima, sarà fatto con gioia. Cosa ti turba? Le ansie, vero?" domandò quasi con ansia anch'egli, "le ansie della carne?"
"No," risposi arrossendo, "se mai le ansie della mente, che vuole conoscere troppe cose..."
"Ed è male. Il Signore conosce le cose, a noi tocca solo adorare la sua sapienza."

[...]

"Ho capito, ho capito," interruppe Guglielmo, "ma ammetterai che questo non mi dice ancora quale sia la situazione del villaggio, quali tra gli abitanti siano prebendari dell'abbazia, e quanta terra abbia da coltivare in proprio chi non è prebendario..."
"Oh, per questo," disse Remigio, "una famiglia normale laggiù possiede anche cinquanta tavole di terreno."
"Quanto è una tavola?"
"Naturalmente, quattro trabucchi quadri."
"Trabucchi quadri? Quanto sono?"
"Trentasei piedi quadri a trabucco. O se vuoi, ottocento trabucchi lineari fanno un miglio piemontese. E calcola che una famiglia - nelle terre verso mezzanotte - può coltivare olivi per almeno mezzo sacco di olio."
"Mezzo sacco?"
"Sì, un sacco fa cinque emine, e una emina fa otto coppe."
"Ho capito," disse scoraggiato il mio maestro. "Ogni paese ha le sue misure. Voi per esempio il vino lo misurate a boccali?"
"O a rubbie. Sei rubbie, una brenta e otto brente un boccale. Se vuoi, un rubbo è di sei pinte da due boccali."
"Credo di aver le idee chiare," disse Guglielmo rassegnato.

[...]

"Non solo, sembra che voglia andare oltre e sostenere che neppure l'inferno sarà aperto prima di quel giorno [del giudizio, ndr]... Nemmeno per i demoni."
"Gesù Signore aiutaci!" esclamò Girolamo. "E cosa racconteremo allora ai peccatori se non possiamo minacciarli di un inferno immediato, subito appena morti!?"

[...]

"erano tempi in cui, per dimenticare un mondo cattivo, i grammatici si dilettavano di astruse questioni. Mi dissero che a quell'epoca per quindici giorni e quindici notti i retori Gabundus e Terentius discussero sul vocativo di 'ego', e infine vennero alle armi."

[...]

Labirinto de Il nome della Rosa (Umberto Eco, 1980) - Formato dwg di Autocad
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[...]

"Guardate," diceva, "questa è la punta della lancia che trafisse il costato del Salvatore!" Era una scatola d'oro, dal coperchio di cristallo, dove su di un cuscinetto di porpora stava adagiato un pezzo di ferro di forma triangolare, già roso dalla ruggine ma ora riportato a vivo splendore da un lungo lavoro di olii e di cere. Ma questo era ancora nulla. Perché in un'altra scatola di argento tempestata di ametiste, e dove trasparente era la parete anteriore, vidi un pezzo del legno venerando della santa croce, portato in quell'abbazia dalla stessa regina Elena, madre dell'imperatore Costantino, dopo che era andata pellegrina ai luoghi santi e aveva dissotterrato il colle del Golgota e il santo sepolcro costruendovi sopra una cattedrale.
Poi Nicola ci fece vedere altre cose, e di tutte non saprei dire, per la loro quantità e la loro rarità. V'era, in una teca tutta d'acquamarine, un chiodo della croce. V'era, in una ampolla, posato su un giaciglio di piccole rose appassite, una porzione della corona di spine, e in un'altra scatola, sempre su di una coltre di fiori secchi, un brandello ingiallito della tovaglia dell'ultima cena. Ma poi v'era la borsa di san Matteo, a maglie d'argento, e in un cilindro, legato da un nastro viola roso dal tempo e sigillato d'oro, un osso del braccio di sant'Anna. Vidi, meraviglia delle meraviglie, sormontata da una campana di vetro e su un cuscino rosso trapunto di perle, un pezzo della mangiatoia di Bethlehem, e una spanna della tunica porporina di san Giovanni Evangelista, due delle catene che serrarono le caviglie dell'apostolo Pietro a Roma, il cranio di sant'Adalberto, la spada di santo Stefano, una tibia di santa Margherita, un dito di san Vitale, una costola di santa Sofia, il mento di sant'Eobano, la parte superiore della scapola di san Crisostomo, l'anello di fidanzamento di san Giuseppe, un dente del Battista, la verga di Mosè, un merletto lacero ed esilissimo dell'abito nuziale della Vergine Maria.
E poi altre cose che non erano reliquie ma rappresentavano pur sempre testimonianze di prodigi e di esseri prodigiosi di terre lontane, portati all'abbazia da monaci che avevano viaggiato sino agli estremi confini del mondo: un basilisco e un'idra impagliati, un corno di unicorno, un uovo che un eremita aveva trovato dentro un altro uovo, un pezzo della manna che nutrì gli ebrei nel deserto, un dente di balena, una noce di cocco, l'omero di una bestia prediluviale, la zanna d'avorio di un elefante, la costola di un delfino. E poi ancora altre reliquie che non riconobbi, di cui forse erano più preziosi i reliquiari e alcune (a giudicare dalla fattura dei loro contenitori, di argento annerito) antichissime, una serie infinita di frammenti d'ossa, di stoffa, di legno, di metallo, di vetro. E fiale con polveri scure, di una delle quali seppi che conteneva i detriti combusti della città di Sodoma, e di un'altra calce delle mura di Gerico. Tutte cose, anche le più dimesse, per le quali un imperatore avrebbe dato più di un feudo, e che costituivano una riserva non solo di immenso prestigio ma anche di veritiera ricchezza materiale per l'abbazia che ci ospitava.
Continuavo ad aggirarmi sbalordito, mentre Nicola ormai aveva smesso di illustrarci gli oggetti, che peraltro erano descritti ciascuno da un cartiglio, ormai libero di girovagare quasi a caso per quella riserva di meraviglie inestimabili, a volte ammirando quelle cose in piena luce, a volte intravvedendole nella semioscurità, quando gli accoliti di Nicola si spostavano in un altro punto della cripta con le loro torce. Ero affascinato da quelle cartilagini ingiallite, mistiche e ripugnanti al medesimo tempo, trasparenti e misteriose, da quei brandelli d'abiti di epoca immemoriale, scoloriti, sfilacciati, talora arrotolati in una fiala come un manoscritto sbiadito, da quelle materie sbriciolate che si confondevano con la stoffa che faceva loro da giaciglio, detriti santi di una vita che fu animale (e razionale) e ora, imprigionati da edifici di cristallo o di metallo che mimavano nella loro minuscola dimensione l'arditezza delle cattedrali di pietra con le loro torri e le loro guglie, parevano trasformati anch'essi in sostanza minerale. Così dunque i corpi dei santi attendono sepolti la resurrezione della carne? Da queste schegge si sarebbero ricomposti quegli organismi che nel fulgore della visione divina, riacquistando ogni loro naturale sensibilità, avrebbero avvertito, come scriveva il Piperno, anche le minimas differentias odorum?
(...) "non t'incantare troppo su queste teche. Di frammenti della croce ne ho visti molti altri, in altre chiese. Se tutti fossero autentici, Nostro Signore non sarebbe stato suppliziato su due assi incrociate, ma su di una intera foresta."
"Maestro!" dissi scandalizzato.
"È così Adso. E ci sono dei tesori ancora più ricchi. Tempo fa, nella cattedrale di Colonia vidi il cranio di Giovanni Battista all'età di dodici anni."
"Davvero?" esclamai ammirato. Poi, colto da un dubbio: "Ma il Battista fu ucciso in età più avanzata!"
"L'altro cranio dev'essere in un altro tesoro," disse Guglielmo con viso serio.

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    purtroppo perdo sempre del tempo. per fortuna posso scegliere come perderlo.    
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