Fratelli d'Italia
l'Italia s'è desta
dell'elmo di Scipio
s'è cinta la testa.
Dov'è la vittoria?
Le porga la chioma,
ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci a coorte
siam pronti alla morte
siam pronti alla morte
l'Italia chiamò
Stringiamci a coorte
siam pronti alla morte
siam pronti alla morte
l'Italia chiamò!
Sì.
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Il suo settimo senso lo desta dal sonno: è mattino e sarà ora di levarsi. Si estrae dal sacco a pelo, si accoscia e pigramente fuoriesce dalla tenda, ritrovandosi immerso nella Natura: gli Alberi si offrono alla sua visuale in ogni dove, gli Uccelli cinguettano, il sole inizia a tingere il cielo ancora bruno. Poco distante, nota un Pallone da calcio numero 5 lasciato lì dalla sera prima: con una breve rincorsa lascia partire un destro impressionante che centra il sette della porta Est del campo di Gigetto, nel cui cerchio di centrocampo hanno eletto dimora i giovani sposi Alberto e Fortuna. In quel momento la donna esce dalla magione antistante il campo, provvista di forno a legna e cibarie, dove ha preparato una ghiotta colazione per due, che serve tosto in area di rigore sul cui perfetto manto erboso, sotto le fronde degli Alberi, Alberto ha già adagiato una coperta e ivi apparecchiato per due. Gli sposi consumano quella grazia di Dio e Alberto, satollo e soddisfatto, lascia partire una deflagrazione faringea sì tonante da percuotere l'intera valle, mettendo in vibrazione ogni foglia di ciascun Albero, cantando così il suo amorevole buongiorno alla Natura che lo circonda. Immediata è la risposta del Bosco intero, dal quale l'intera Fauna si solleva in un armonioso coro di festa, tra nitriti di Unicorni, melodie di Uccelli non più a rischio di estinzione e ululati di Lupi mai così intonati; anche la Flora si unisce a questo coro, grazie al Vento che s'insinua tra fusti imponenti e rami modesti e arbusti esili, producendo tonalità gravi, medie ed alte in sequenza tale da riprodurre alcune note di Emozioni, e con perfetta equalizzazione anni '70; i soffi d'aria inoltre sollevano dinanzi ad Alberto e Fortuna un vortice di foglie, che esegue un'elegante danza prima di adagiarsi nuovamente al terreno; al contempo, il boato della Fauna si riattenua affinché ogni bestiola sia dedita alla sua giornata.
Alberto e Fortuna escono per la consueta perlustrazione mattutina, dove con gaiezza scoprono che una delle loro trappole ha già catturato un bracconiere, agonizzato durante la notte tutta. Liberano il corpo dagli aguzzi spuntoni che l'hanno infilzato e lo consegnano ai Cinghiali: animali esca per i cacciatori di frodo, guardie al tempo stesso della trappola (affinché altri animali non possano mai cadervi), nonché stomaci atti a custodire la perfida carogna. Reinnescato quel trabocchetto per uomini di simile viltà, va Fortuna a dedicarsi alla sua arte prediletta: la pittura. Grazie ad essa, i magnifici quadri che dà alla luce vengono battuti alle aste per valori immensi, tali da devolvere autentiche fortune alle più disparate associazioni per gli Animali o per la Flora o umanitarie, e tali da concedere ai due giovani di vivacchiare.
Si reca invece suo marito al Fiume per dedicarsi alla pesca, dove la Natura gli concede con pia gratitudine il sacrificio di qualche buon pesce, sì da afferire alla giovine coppia le proteine che pure Alberto deve guadagnarsi con l'arte virtuosa della pesca a mosca. Dopo aver catturato i pesci per il pranzo, il pescatore ha uno straordinario colpo di fortuna: una nave baleniera, evidentemente smarritasi durante le sue bastarde cacce ai cetacei, è inspiegabilmente risalita sino a questa quota del Fiume; l'equipaggio sul ponte si guarda attorno, perplesso e attonito, e la Natura circostante la nave produce una sfera di silenzio che paventa gli incauti assassini, paralizzandoli di terrore. Ma un suono tremendo squarcia l'aria di quel dintorno: è Alberto che, lacerato dal dolore nell'immaginare il contenuto sanguinario di quella stiva, non può che abbandonarsi ad un'unica, formidabile bestemmia, al cui boato tutti gli animali esitano nei loro respiri e perfino il fiume stesso cessa di scorrere sotto quella chiglia criminale, che ha fesso le acque e condotto morte seco. Anche i Lupi odono quel mestissimo latrato, e lo comprendono e se ne adirano: in men che non si dica accorrono nei pressi di quella nave, di cui arrembano il ponte con incredibili balzi dagli argini del Fiume alle gole di quegli inavveduti marinai, che sgelano da quella sgomenta immobilità e dilaniano e sbranano e giustiziano. Alla vista di questo contrappasso della Natura, che vede funesti lupi di mare dannare nelle fauci dei Lupi del Bosco, in Alberto s'allevia il lutto per i mammiferi marini che giacciono nelle interiora di quella nave, che va ora ad ispezionare mentre i Lupi stanno ancora vendicando chissà quante vite. Sceso nella stiva, Alberto prova sollievo nel constatarne una sterile vuotezza; salito in cabina di comando, può con grande conforto leggere che il contamiglia nel quadro indica un numero sì basso da accertargli che la nave fosse stata da poco varata dalla concessionaria, e pertanto gli arpioni armati sul ponte nessun animale devono aver ancora trafitto. Grande allora è la gioia nel realizzare a quanti mammiferi stessero salvando la vita i Lupi su quel ponte e, recuperati i suoi bei pesci, Alberto se ne ritorna gaio al campo, dove ritrova Fortuna con già pronto il foco e la griglia, su cui il pasto ittico si fregia di una fine gloriosa. Durante il mangiare, lui le racconta del pericolo sventato ai cetacei poc'anzi; lei lo guarda con occhi amorevoli e gli descrive, prima ancora di mostrargliela, la sua ultima opera terminata quella mattina: un turbinio di possenti cavalli maestosamente galoppare in un prato di nuvole ma senza disfarne i meravigliosi fiori che ne spuntano.
Dopo aver così desinato, i due sposi si avviano al Monte Fato, nella cui bocca gettano le cartucce ed il fucile trovati quel mattino addosso all'assassino intrappolato, e che ora i rigurgiti di lava distruggono e disfano in flebili fruscii di metallo che fonde. Nello stesso momento sopraggiunge il relitto della baleniera di quell'oggi, trasportato sin lì attraverso un complesso sistema di canali e dighe, appositamente realizzato dai Castori affinché ogni traccia di quella galleggiante arma di distruzione venisse cancellata. Guadagnata così la quota del monte, contro ogni ragionevole legge fisica ma grazie alla grande intelligenza dei roditori, la nave ormai fantasma è calata anch'essa in quello specchio di roccia fusa, il cui fondo è null'altro che le stesse viscere della Terra, disfacendosi tra flutti di indicibile calore.
Alberto e Fortuna ritornano così al loro campo, dove frattanto molti amici d'ogni sesso li attendono: così, mentre Fortuna s'intrattiene gioiosamente con le donzelle, parlando di pittura ma anche architettura, tessitura, cottura, premura ed ogni altra simile congettura, Alberto e gli altri uomini, in complessivo e perfetto numero di dieci, scendono sul campo, che gli amici hanno già provveduto a sgombrare della tenda. In quel momento alcuni prodigiosi Cerbiatti stanno brucando e curando il manto erboso, eppur senza abbandonare ivi le loro deiezioni; alla vista degli uomini, le creature vanno via timide e lasciano il campo agli atleti, che danno ora vita ad una grande tenzone di Pallone, in cui Alberto si distingue per valore e per visione di giuoco, difendendo strenuamente ed offrendo lanci straordinari ai compagni, nonché ricevendone altrettanti - com'egli meglio non potrebbe sognare - e attaccando e segnando. Dopo ore di gioco, s'avverte nell'aere l'inconfondibile profumo del Tè prodotto dalla madre di Fortuna, che infonde nella bocca e nel cuore dei giocatori la giusta fine di quella Partita. Dissetatisi, Alberto offre a tutti loro il ristoro della doccia nell'interrato della magione, dove l'acqua non è fredda.
Oramai al crepuscolo, i giovani riemergono dalle fucine dell'igiene e scoprono il grande banchetto che le donne hanno parato in quel frattempo, allestendolo sulla fascia Nord del campo, con carni e vino vermigli, e pani e pasta dall'innocente biancore, e frutti freschi d'ogni colore. Prima d'onorare quella grazia, allorché la riserva di cibo è seriamente intaccata in virtù di quella colossale mensa, Alberto sacrifica un mastodontico verro, sgozzandolo con le sue stesse mani ed affidandone la cura e la macellazione agli esperti coltelli di Osvaldo e donna Rosa.
Oramai sera, i calessi degli amici ripartono alla volta di ciascuna loro dimora. Alberto e Fortuna riguadagnano il cerchio di centrocampo e ivi si reintroducono nella tenda, da quegli stessi amici già amorevolmente rimontata e rassettata. Fuori, nei pressi della lunetta, il Pallone è illuminato dalla Luna; il Bosco riposa.
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Mò t' sput 'mbacc!
Sabatì nu sacc proprje a rò te iesc!!!!!ahahahahahahhaahahhahahaha
tropp grande!!!!
grande zpt!!!
ps...hai mai pensato a lettere piuttosto che ingegneria?
non so ke dirti. hai una grande fantasia pero...
Ti aspetto all'alba alle porte di Roma.
Ave