Fratelli d'Italia
l'Italia s'è desta
dell'elmo di Scipio
s'è cinta la testa.
Dov'è la vittoria?
Le porga la chioma,
ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci a coorte
siam pronti alla morte
siam pronti alla morte
l'Italia chiamò
Stringiamci a coorte
siam pronti alla morte
siam pronti alla morte
l'Italia chiamò!
Sì.
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Certo della complicità di Alfredo, per buona parte del tragitto Sabatino costrinse Enrico a sorbirsi le canzoni di Tony Tammaro! ...e persino qualche pubblicità tamarra! Su tutte meritano una breve citazione "I Bastoncini Fincus":
Noi andiamo per il mare
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con il nostro Capitan
cuciniamo i bastoncini
c'e mittimm mmiezz 'o ppan.
Poi, mossi a compassione, passarono alla radio.
Si consumò qualche chilometro quando Enrico, guardando incerto fuori dall'abitacolo, chiese curioso:
«Ma addò cazz stamm ccà?».
«Stamm a Porta Romana» rispose paziente Alfredo. «Aiccann, aì, 'a vir 'a Porta Romana?»
«E infatti, ci sta pure Doni in porta» replicò Sabatino nel giocoso tentativo di guadagnarsi un nuovo "Benny Hill".
Con a bordo anche Anna, l'auto sgusciò dallo stretto di Grotti e comparve nei pressi dello stadio San Francesco. Mentre i quattro nottambuli stavano per giungere a quella che credevano l'ultima tappa della serata, una spia dal quadro attirò l'attenzione di Sabatino alla guida, che capì subito e disse: «Guagliu', ccà port che s' sta scaricann 'a batterij, secondo me è meglij si nun ci iamm cchiù 'o Garden, sinò essma rumanì a pper!»
Erano le 5 del mattino dopo un'ennesima serata "all'intrasatta". "All'intrasatta" perché più volte i personaggi comparsi sulla sua scena ne avevano stravolto i programmi con vari "colpi di teatro" suscitati dalle più disparate cagioni. Originariamente Sabatino aveva organizzato - e prenotato - al Moi Concept Club di Cava (l'ex-Porky's) per assistere ad un esibizione di Tony Tammaro dal vivo! Un'occasione nuova per Alessandra, che mai aveva potuto ammirare una performance di Tony live, una botta in fronte per Enrico, che però straordinariamente El Tenaz era riuscito a persuadere a partecipare (anche se di primo acchitto aveva reagito con un «Ma tu 'e perz 'a cap!!»), quasi una routine per Sabatino, non certo nuovo ai concerti di Tony Tammaro visti i suoi ben due precedenti trascorsi con tanto di autografo e foto.
Ma amment m' stev facenn 'a bbarb, squilla il telefono: è Alessandra. Già intuisco che le si sarà girata la luna, e infatti quando la richiamo in pratica dice che le ha telefonato Enrico, ha "intuito" che non gli va tanto di andare, che io lo so già che quella prende e all'ultimo momento cambia idea, che non vuole costringere Enrico a fare una cosa di cui si scoccia, così «ci facciamo giusto un giretto da queste parti e mi ritiro pure presto», eccetera. Io la metto in difficoltà con acide pause celentanesche, con dei «E mo che vvuo'?» la cui eco si smorzava dall'altra parte in imbarazzati silenzi di non risposta, poi le faccio «Cioè, tu che ci vuoi andare a vedere Tony Tammaro, mo non ci vuoi andare più dopo che io ho fatto un'opera di persuasione a Enrico e l'ho diciamo convinto a voler venire? Fai una cosa, statti propt 'a cas». Così dopo averle anche posto il veto ad uscire affatto, chiudo e ho già deciso di silurare anche Enrico, che ha evidentemente fatto il "tentativo" - perfettamente riuscito - con la telefonata ad Alessandra di mandare a monte la serata-Tony. Telefono Megapixel e lo persuado a farci una semplice squallida partita di carambola al bowling, questi chiude per sentirsi anche con Pixel e mettersi d'accordo. Mentre aspetto la sua risposta, telefono al Flaco per lanciargli il mio siluro, ma lui mi spiazza dicendo «No, no, c'imma i' a vverè a Tony Tammaro, m'ita vini' a piglia' perchè aropp imma i' 'o Vittoria, sinò scass tutt cos!» A questo punto non capisco più un cazzo, o meglio intuisco che Enrico pur di andare al Vittoria dopo è disposto a pagare dazio con la "tappa Tony" prima, pur di non essere silurato del tutto... allora con l'altro telefonino chiamo contemporaneamente anche Alessandra, li metto entrambi in viva voce e odo nientedimeno Enrico convincere nuovamente Alessandra ad andare a vedere Tony Tammaro! Ci diamo appuntamento per gli orari, saluto Enrico da un telefono e chiudo seccamente Alessandra dall'altro (accussì s' merit!!!); Megapixel mi ritelefona e gli spiego che «m'hann arrevutat, prima nun erma i' cchiù a vver' a Tony Tammaro, mo invece c'imma i'...» ma non devo nemmeno tirargli il siluro - che avevo già armato per Enrico - perchè Giuseppe si era già organizzato per scendere a Salerno mentre Ferdinando passerà la mano anche all'allettante "proposta-Tammaro" con uno dei suoi classici «No, no, no, no...»
«No, nun t' preoccupa', iamm 'o Garden Bar, chell mo t'è ddat 'o prim avvis, che cazz, s' scarich tutt 'nda 'na bott senza avvertiment?» obiettò Enrico. Sabatino non era molto convinto della cosa, ma alla fine si fece fuorviare, eppoi pensò alla soluzione mediatrice di aspettare in macchina col motore acceso mentre gli altri prendevano la colazione veloce veloce. Così, nonostante l'autoradio faceva le bizze spegnendosi e accendendosi a ripetizione, i vetri elettrici non funzionavano più, la strumentazione di bordo era illuminata solo in parte... insomma, nonostante tutti questi palesi sintomi, i quattro giunsero alla meta e Sabatino accostò all'inizio del prolungamento, col favore della discesa nel caso l'auto non si fosse riaccesa. «Sapati' ma mo ch' cazz i'a' fa' sul tu nd'a machin, stut 'sta machin, scinn, pigliamm'c 'o cornett, chell aropp s' mett in moto, nun t' preoccupa'» cercò d'incoraggiarmi "Gatto" Alfredo; «aropp mal ca vvà t'a mett in mot ij c'a sicond, ij eggia mis in moto 'e bmw turbo diesel a spint, nun t' preoccupa'» fece rima "Volpe" Enrico. In quella la macchina si spense da sé col cambio in folle. Così El Flaco, El Marrano, La Torva y El Tenaz scesero, fecero colazione, risalirono in macchina: Sabatino inserì la chiave nel quadro, la girò affatto ansioso, sicuro che l'auto non si sarebbe riaccesa; sicurezza, la sua, che si tramutò in verità quando il motore non fece nemmeno un sussulto, e nemmeno al secondo tentativo. Provarono a spinta con la seconda; ma Sabatino sapeva che mettere in moto "a mano" un 1.9 JTD da 115 cv è cosa impossibile, ed Enrico in fondo lo sapeva anche meglio di lui...! Dopo 2-3 tentativi con cui i quattro nottambuli portarono la 147 quasi in fondo al prolungamento, si decisero a parcheggiarla lì con il classico ingresso a "L": Alfredo manovrava senza servosterzo sudando quasi più di Enrico e Sabatino che spingevano. Erano le 5.30 del mattino.
Alle 21:35 sono davanti casa di Alessandra, la telefono per farla scendere ma ce l'ha spento perché scarico; il cancello pedonale è stato lasciato aperto, però è tutto buio e penso bene di lasciare almeno accesi i fari di posizione prima di entrare e suonare il campanello. Mi aprono, 'sta tipa dalle frequenti fasi lunari dice che non sarà pronta prima di 10 minuti!!! Le faccio «E arronza, ià!, che è tardi!» Mi metto sul divano e aspetto facendo il gioco del silenzio, l'eggia mett in difficoltà pcché nun z' fa' accussì quand c'imma i' a vvere' a Tony Tammaro e gghiè pur tard. Dopo aver pure fatto la finta che me ne andavo e la lasciavo a casa, alle 22 circa partiamo alla volta di Siano, dove Enrico sta aspettando da un bel po'. Per strada continuo a fare l'acido con il gioco del silenzio e faccio una guida molto sportiva, soprattutto dal Blue Moon a Siano, su "Welcome to the jungle" dei Guns'n'Roses mi tiro una bella seconda, appoggio la terza, 110, curva a destra cucito alla linea che delimita la carreggiata, chicane della rotatoria vicino Campomanfoli pennellata sui 55, sempre con Alessandra costretta alla musica di "Live era 87-93". Anche se oramai avevo già deciso da un pezzo (prima di partire da casa mia) che non andiamo più a vedere Tony Tammaro perchè oramai 'sta luna m'è fatt passa' 'o genio, faccio finta che stamm in netto ritardo e imma fui' comm 'e pazz (anche se non sto guidando comm 'o pazz, la mia è solo una guida un po' più tecnica). Arriviamo da Enrico, lo preleviamo for 'o vico, però mi fermo subito e mi giro e gli dico: «Enri', ma ci'o vulimm i' a vverè veramente a Tony Tammaro?» e lui, quantomeno generoso tentenna: «Sapati', nun è che so' proprij entusiast, però oramai imma ritt che ci iamm, ci iamm!» e allora io insisto e gli riformulo la domanda in tono di assist: «Ma tu, ci vuo' i' verament?» e per Enrico è un invito a nozze, e risponde con un "secco" «No.» «E allora nun ci iamm, pcchè a mme comunque m'evn fatt passa' passa 'o genij».
Arriviamo al Blue Moon dove Alessandra incontra un vecchio compagno di classe; Enrico ci presenta un suo simpatico omonimo ed in quella arrivano Alfredo ed Anna. Scendono dal bmw, la Torva è un po' scura in volto ed ha ragione: si aspettava una nostra visita alla mostra di cui, grazie al suo nuovo lavoro, ha partecipato all'allestimento negli ultimi 3 giorni; ma noi non siamo stati cazzo di organizzarci un attimo ed andarci. Saluto almeno Alfredo e inizio a recitare una parte in cui proprio non riesco a resistere senza fare almeno qualche ghigno: infatti prima gli avevo fatto dire da Enrico per telefono che non andavamo più a vedere Tony Tammaro perchè il nostro cantante aveva fatto un incidente con l'auto ed aveva annullato il concerto! (Tony, se leggi fatti 'na bella grattata). Comunque svelo brevemente ad Alfredo che era solo uno scherzo e che non andiamo più al Moi Concept Club perché Alessandra mi aveva fatto passare la voglia. Ci prendiamo qualcosa al bar, poi Alfredo ed Anna si avviano a casa a farsi una doccia e prepararsi, mentre noialtri ci intratteniamo con i due Enrico. In questo frangente Ale mi chiede già un paio di volte «facciamo la pace», ma io sono tenaz, inflessibile. Ci avviamo poi sotto casa di Anna dove intricino la macchina in una stretta manovra di parcheggio, attendiamo Alfredo e Anna che dopo una decina di minuti scendono: sono le 23:45 e adesso il programma della serata è di recarci direttamente al Vittoria: Enrico non mi ha fatto bene intendere se fanno entrare fino o dopo mezzanotte e mezza, così nel dubbio una volta presa l'autostrada cerco di sbrigarmi! A un certo punto faccio il penultimo curvone prima di Fratte sui 140 sfruttando entrambe le libere corsie, più che altro voglio proprio vedere che dicono! «Sapati', ratt 'na regolat!» fa Alfredo. All'uscita di Fratte non c'è coda, così in breve siamo all'uscita del porto, scendiamo giù per il ponte, rotatoria verso sinistra, ma sul lungomare (in stile Miami nei telefilm anni '80 con le palme appena "scoppate") all'altezza del campo di calcetto ci arrestiamo dietro al mai così lungo fiume di macchine in coda.
«'Stu cium è impetuòs!» esclamò Enrico affacciandosi dal ponte che lo scavalcava assieme alla ferrovia ed osservando l'impeto delle acque saltare giù per un gradino nel letto. I quattro appiedati erano nientedimeno che in cammino da appena 5 minuti verso casa di Sabatino ed erano quasi giunti nei pressi della caserma. Qui notarono una scritta su un muro ed esortarono Enrico a leggerlo con la dizione che solo loro e pochi altri conoscevano: «AURORA!» con le "R" appena accennate. «AUÒÀ» rispose pronto Enrico. Scesi giù da quel ponte, ora la loro strada fiancheggiava il fiume (nient'altro che il pestifero Torrente Solofrana...); Sabatino ed Enrico avevano leggermente staccato Anna ed Alfredo, che camminavano ad un passo meno rapido. El Flaco si riaffacciò sul fiume, ora più da vicino, ed El Tenaz gli chiese «Enri', comm'è 'o cium??..» «Impetuòs.» e, voltandosi indietro, vide l'espressione divertita del Marrano. Enrico e Sabatino si fermarono ad aspettare un attimo che Anna ed Alfredo li raggiungessero, e Sabatino provò a premere ancora quel divertente tasto: «Ià, allor, cumm iè 'stu cium?» «'Stu cium puzz», variò adesso Enrico. Ma mentre tre pariavano col quarto che pronunciava le sue pittoresche didascalie del "fiume", dalle loro spalle sovvenne un "4", cioè un pullman... che i quattro non videro arrivare perché intenti a cazzeggiare sul malevolo corso d'acqua. «Cazz, 'o pullman nun l'imm vist 'e arriva'!» disse Alfredo. «Chill pass propt p'a casa toij, Sabati'!». Euà. Due minuti dopo si ripeté una scena quasi identica: mentre i quattro pensierosi erano intenti a cazzeggiare sul lungofiume, lo stesso pullman incredibilmente già ripassò, ed incredibilmente nessuno dei quattro lo vide neanche stavolta! E allora continuarono a camminare, a camminare e ancora camminare per quella strada silenziosa e vuota.
La strada è piena di macchine incolonnate!!! Secondo me ci metteremo un'ora per raggiungere il parcheggio... mi sa tanto che m'eggia ra' ra fa 'nu poco a modo mio... «Enri', ti dispiace se prendo un poco iniziativa c'a machin?» chiedo a lui in nome di tutto l'abitacolo «Sabati', 'a machin 'a puort tu, p' mmè...!» Bene. Il tempo che un tipo davanti a noi fa la sua manovra d'ingresso in una traversa a sinistra, ed inizia il mio show: faccio capolino dal serpentone di macchine e poi mi lancio - ma con una calma direi professionale - sulla mano opposta, completamente sgombra da macchine. Dopo due - trecento metri approfitto di uno spazio nella colonna d'auto, che a volte si muove e si dilata quasi appositamente per farmi rientrare quando serve; poi di nuovo un'occhiata fuori e via! Nella mia plurienale esperienza non ero mai partito da così lontano nel fare questa "cosa" prima, e mai mi era riuscita alla grande come in questo momento! Ma in lontananza si vede una macchina provenire verso di noi, bisogna rientrare ma non c'è spazio, «è fnut 'a giostr, ohì» dice Enrico, ma io invece continuo imperterrito e proprio poco prima di raggiungere l'auto di fronte e bloccarci e azzeccare la figura di merda definitiva, si apre un provvidenziale spiraglio nel codone e ci entro, sottolineando «Ci sta sempre 'nu buco per i fuoriclasse!». Dopo alcuni secondi Enrico già mi incita «Vai, vai mò n'ata vota!» ma io aspetto perché so, non so come ma so che non è ancora il momento - e infatti dei fari dalla curva introducono il sovvenire di un'auto dal fronte opposto. Poi decido che è il momento, ed insomma in un altro paio di riprese giungiamo alla piccola rotatoria presso l'ingresso del porto turistico. «Enri', mo ti faccio un regalo solo per te» e, detto fatto, mi dirigo verso l'uscita del parcheggio, la imbocco controsenso, arrivo a ridosso della sbarra, mi "imbizzo" nella fila senza nemmeno trovare eccessiva opposizione dalle macchine in coda , aspettiamo 2 auto prima di noi e finalmente parcheggiamo. È mezzanotte e cinque e sono fiero di me.
Scendiamo, raggiungiamo la panineria su via Roma dove i miei quattro compagni si fanno un panino (e Alfredo bissa con il mitico messicana e provola) mentre a me non va; scorgiamo il Vittoria dall'altra parte della strada con la consueta fila all'ingresso dove al di là delle transenne odiosi buttafuori e PR del cazzo selezionano chi far entrare a discrezione delle loro calve testacce cave. Ah, Enrico non si ricorda il cognome che dobbiamo dire all'ingresso, come faremo?. Ma ecco che con un «Ià facciamo pace» mi si ripropone Alessandra. Continuo nella mia inflessibilità e quando Ale dice «Mo basta, non te lo chiedo più!», le rispondo con una sommessa risatina. «Guagliù ma staser c' sta cainàtm 'o bar Umberto, ch' cazz, 'nu gir llà nun ci'o iamm a ffa'?» interviene Alfredo. E certo, pare brutt!! Ma nel breve tratto a piedi incappiamo un attimo in un incontro ravvicinato del terzo tipo: è il Marziano che ci saluta (a chi c'o becett, a chi no), ci congediamo presto con un diplomatico «ci virimm aropp 'o Vittoria» e siamo già di fronte al bancone a porgere omaggio a Felice che in cambio ci porge nafta e altra roba simile. Stazioniamo un bel po' sugli sgabelli, poi ci andiamo a sedere un po' al tavolo fuori.
Lì fuori, la luce man mano più chiara del cielo preannunciava il destarsi del sole: con Enrico in testa, il piccolo manipolo di amici pian piano era giunto quasi presso lo stadio: nel nascituro mattino tiepido sembravano quasi in pellegrinaggio verso una meta religiosa - tipo quando si va a Pompei a piedi, ma ora in direzione opposta. Presso Porta Romana, Sabatino (semi-autoctono del luogo) consigliò una strada alternativa a quella percorsa prima con l'auto perchè c'era il pericolo che «p' chella via c' falcian propt», come disse egli stesso. E, piede davanti a piede, parola dopo parola, quando il canto degli uccelli improvvisava il suo assolo mattutino sul silenzioso tappeto del mondo umano in piena fase rem, i quattro figuri s'erano già portati per via Trieste, e poi San Pietro, finché gli si parò innanzi il non indifferente ponte curvo della ferrovia. Con Anna ed Alfredo nuovamente un po' staccati, Enrico e Sabatino all'avanscoperta principiarono quella salita minacciosa a vedersi, ma di cui in un batter d'occhio guadagnaron l'apice, rimirando da basso la quota fieramente vantata sulla campagna che, distante ora sei o sette metri dai loro piedi, si faceva spazio sulla loro sinistra; ma il pensiero veniva richiamato svelto dall'altro lato, quando si avvertìa ogni tanto il rombo di qualche auto salire dall'altra parte del ponte, e naturale nei due avventurieri della notte era il destarsi l'idea che il guard-rail potesse stridere di una vettura ch'avesse sbandato la traiettoria in loro direzione. Ad ogni modo scavalcarono indifferenti quel ponte, e quivi attesero nuovamente che Alfredo ed Anna li riprendessero, affinché affrontassero assieme un tratto di strada chiaramente periglioso - sempre per via delle auto sfreccianti - in quanto il marciapiede costituiva l'ideale punto di corda d'un veicolo ch'avesse ingaggiato, ahiloro, quella curva in maniera un po' più sportiva. Ed in questa breve attesa Enrico colse un rametto d'ulivo da un albero troppo vicino alla strada per non profittarne e, vedendolo, Sabatino fece altrettanto, pensando d'omaggiar Alfredo - ma ancor più Anna - di codesto simbolo della pace proprio quando il giorno della Domenica delle Palme stava per principiar. Sì raccolse due rametti e li mise nella sacca che s'era piamente offerto di trasportare in vece di Anna: quella sacca conteneva ora, oltre che una Colomba pasquale che la Torva avea procacciato presso il Garden, questo semplice gesto di pace, più che adatto allorché Sabatino non fosse certo dimentico della sua inottemperanza in occasione della mostra.
Ma dopo questa lunga pausa riflessiva degna d'un fermo immagine in una partita d'Holly & Benji, ritorniam dai nostri, ché già da un pezzo avean oltrepassato il ponte della ferrovia ed il periglio del marciapiede in traiettoria di curva, e puntavan ora dritti per la strada delle poste: la casa di Sabatino era ormai davvero vicina. D'un tratto questi sentì Alfredo pronunziare, ancora staccati lui ed Anna di alcune lunghezze, il suo personalissimo sunto della ventura: «Sabatino: dimensione avventura.» Si sentirono dei ghigni divertiti nel clima dolce di quel mattino in cui per fortuna degli scarpinatori la fatica era agevolmente sopportabile; ma a prescindere da questo i quattro avvertirono comunque delle strane aberrazioni mentali, e furono portati a chiamarsi a vicenda nello stesso strano idioma pronunziato per la parola "AUÒÀ"; e l'aere fu attraversato da distorsioni inconcepibili de' loro stessi nomi: «SABATENO!» «ARRICO!» «AFFREDO!» «...SABATENO.» la cui esatta dizione è - ahimé - irriproducibile coi troppo semplici caratteri latini. E dopo queste ultime peripezie, il viaggio - a questo punto anche spirituale - condusse i passeggianti, arricchiti da un'ora di cammino, alla magione di Sabatino, dove questi poté raccogliere gli amici con l'auto del fratello - a quell'ora dormiente da svariate ore, come tutti i membri normali della famiglia - e s'avviò a condurli verso le rispettive magioni.
«Quando torniamo a casa?» inizia a chiedermi Alessandra sottovoce, per non sembrare scortese agli altri amici così affabilmente intrattenuti al tavolino. «Eh.» le rispondo approssimativo, non ancora pago del mio tono polemico. La compagnia è piacevole, lo è stata prima e lo sarà ancora a lungo, penso!! La chiacchiera prolifera, Enrico ha fregiato me ed Alfredo di una rara perla del suo a volte strano linguaggio, quando ha pronunziato la parola "CUMPÀR!" con l'ultima sillaba simigliante all'abbaio di un cane e la "R" appena accennata. «'o cumBÀr!» simuliamo subito io e Alfredo. La nostra presenza al bar Umberto si è protratta oltre le previsioni, ammesso che stasera sia possibile fare una qualche previsione di cosa si farà nei futuri 2 minuti! L'ipotesi Vittoria è andata a farsi fottere per semplice scorrere delle cose, delle parole e dei cocktail, e siamo rimasti qui per tutto il tempo. Tranne io ed Anna, che ci siamo assentati per un attimo dal resto del branco per gustarci un buon kebab - rivelatosi poi il "kebab dell'amicizia", della riconciliazione e della chiarificazione del nero che Anna - a ragione - mi serbava. La Torva mi ha offerto anche un cioccolatino - tra quelli che s'era messa da parte alla mostra appositamente per noi, e questo mi fa pensare per forza ancora una volta che siamo stati abbastanza delle merde, o almeno io... però adesso sembra di nuovo tutto "all right" - e abbiamo fatto ritorno all'Umberto. Che dopo qualche tempo abbandoniamo tutti insieme per un secco motivo: Felice deve chiudere... sono le 4 meno un quarto! Con grande gaudio di Alessandra - che mi pare non voleva fare tardi - ci avviamo finalmente verso il parcheggio, ora ingombro solo della nostra macchina! E allora prendo il fedele Supersantos dal baule ed io, Alfredo ed Enrico abbozziamo due passaggi, qualche lancio lungo e qualche campanile; ma le giocate più spettacolari sono certamente Enrico che fa la barba al palo della luce (non col pallone, ma con la sua faccia, sfiorando l'infortunio) (uà p' quant!), Alfredo che con un colpo di tacco centra in pieno la macchina fotografica di Alessandra mentre ci immortalava, e per finire i tentativi di rimettere il pallone nel cofano con delle improbabili acrobazie volanti, che si risolvono finalmente in una schiacciata con le più capaci - direi: meno disabili - mani.
«Sapatì, ma mo t' rongh 'na mano a gghi' a piglia' 'a machin a Nucer» si propose Alfredo mentre eravamo a Santa Maria a Favore ed Enrico era già nei pressi del suo letto. «Tengh 'e cav r'a machin 'a cas, iamm cu' chest e ci'a pigliamm, già stamm ccà!» «Uà grazij, Alfrè e ià, si m' faij 'stu piacer sì gruoss.»
Dunque la ventura di quella notte era tutt'altro che terminata, pur se di notte non era più lecito parlar, giacchè ad ogni incrocio comparivano molteplici i venditori di palme e la vita di un nuovo giorno stava destandosi appieno, mentre il giorno prima dei nostri avventurieri non si destinava ancora al giaciglio. Il manipolo, ora ridotto a un terzetto, anziché direzionarsi verso San Severino per consegnare Alfredo ed Anna al letto, era già a Roccapiemonte a casa del Marrano, che in pochi minuti e un poco di fracasso uscì vittorioso con in mano i cavi provvisti di morsetti. La vettura - quantomai di soccorso in quell'occasione - del fratello di Sabatino raggiunse il giardino della sua magione, dove El Marrano y El Tenaz sradicarono una corda da sotto un troncone di un albero abbattuto con non poche difficoltà e non senza sudore dalla fronte. «E ssin, pigliamml 'sta cord, che mangh 'e can 'a machina toij nun s' mett in moto po' c' l'imma traina'; e foss n'ata tarantell!» disse Alfredo.
Si riportarono sul luogo del delitto di un paio d'ore prima, soprendendosi loro stessi per quanto lontano avevano spinto la vettura nei tentativi di resuscitarla, giacché la 147 ancora non si scorgeva nei parcheggi che i tre scrutavano ansiosi. Ma ecco che, quasi in fondo alla strada, l'auto fu svelata da un movente camion delle pulizie, all'opera proprio dinanzi al mezzo in panne. Accostarono le auto, aprirono i cofani, Alfredo collegò le batterie: la macchina si accese. Sì ripartiron le due vetture, in testa la 147 timonata dal Marrano ed in retroguardia la Corsa sotto l'egemonia del Tenaz e con la Torva seduta al posteriore. Lungo il tragitto ben due volte l'auto soccorsa si spense e dovette esser risoccorsa dalla Corsa, ma dopo questi ultimi - davvero - contrattempi Alfredo pervenne finalmente ad introdurre il muso nel giardino di Sabatino e tirare il freno a mano. Risalì nella macchina con Anna e Sabatino, che li riaccompagnò dunque a casa loro: ora nell'aria giovane si sollevava un venticello quasi freddo, che fortunatamente aveva risparmiato della sua carezza gelida i quattro pellegrini della notte, quando questi s'erano visti procedere a piedi.
La luce della domenica ora era chiara e vera: quando anche Sabatino si apprestò a chetarsi sul guanciale, gli orologi osarono segnare le otto e un quarto.
Intorno alle quattro e un quarto partiamo dal parcheggio tutti gai (soprattutto noi maschietti che ci siamo dilettati col pallone!), ripercorriamo la strada verso il porto che qualche ora fa ho percorso su questa stessa mano - ma in senso opposto - e prendiamo l'autostrada. La macchina scorre tranquilla, senza patema alcuno di fretta o premure. Alessandra, che ha brama riconquistare casa, riesce a convincere noialtri a bordo a farsi già riaccompagnare, rinunciando alla colazione con noi al Garden Bar. Così inerpico l'auto su per il monte opposto a Lunghicelle, ed Alessandra giunge a casa, mentre noi ci rincamminiamo, con qualche canzone di Tony Tammaro nell'autoradio, verso la consueta colazione conclusiva (così credevamo).
Regia: il Fato
Soggetto: il Destino
Sceneggiatura: gli Imprevisti
con:
Enrico Aliberti
Anna Capuano
Sabatino De Simone
Alfredo Montefusco
Alessandra Picarella
Il giorno dopo "farò pace" anche con Alessandra, ovviamente. Inoltre a sentire questo po' che ci è successo, incredibile ma vero, lei ha risposto con un:
«Ua' me la sono persa questa!»
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laTorva
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Domenica 12 Aprile 2009 19:27
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Go paying and take another!!!